Emanuele Giudice, il seme della politica

Emanuele Giudice, il seme della politica

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Uomo del cambiamento e dell’innovazione. Uno spirito critico. Un precursore dei tempi. Uomo di ricerca intellettuale e di governo. Uomo delle istituzioni e politico lungimirante poco avvezzo al compromesso.

Emanuele Giudice era tutto questo? Direi, che non era solo questo, perché la sua poliedricità di interessi rende difficile incasellare la sua intelligenza, la sua azione, il suo rigore all’interno di una categoria. Basterebbe ripercorrere velocemente le tappe della sua vita politica, istituzionale, di saggista e poeta per avere contezza della sua intelligenza, della sua generosità, della sua lungimiranza.

Nella Democrazia Cristiana, dove è stato esponente di rilievo nazionale della corrente di sinistra della ‘Base’, ha avuto un ruolo critico ed ha esercitato la sua leadership in una provincia dove l’egemonia delle tessere di Giummarra e Avola lo costringeva a fare a battaglie alte ed etiche, in un partito che governava il largo consenso sulla spinta del ‘boom’ economico degli anni ’60. E’ stato un leader politico nel senso più autentico del termine, non solo per le sue capacità di vedere lontano, ben oltre la cronaca, o di capire i cambiamenti prima che accadessero ma per la sua capacità di andare ‘fuori dal tempo’, di non omologarsi alle posizioni di rendita frutto del consenso facile.

Un politico profondamente calato nella complessa realtà del suo tempo, ma ne andava talmente oltre da apparire, da parte di chi non era capace di visione, come provocatore, irriverente. Le sue proposte erano in controtendenza rispetto al pensiero dominante, erano frutto di quella “dissennatezza dei competenti” che traeva ispirazione dalla sua ampia cultura, dalla sua insaziabile curiosità.

La sua scomparsa ci rende tutti più orfani. Soprattutto la mia generazione per la quale è stato maestro e guida, certamente lo sono io nei confronti di Emanuele Giudice perchè mi ha dato la forza ideale e culturale della critica costruttiva, del non allineamento politico ai poteri forti ed egemoni, della coniugazione di ‘spirito libero’. Il tutto con l’impronta del ‘maestro’, del ‘professore’ dalla quale lui rifuggiva per la sua umiltà e la sua timidezza. Nonostante sia stato il mio testimone di nozze, proseguendo un antico costume di tipo accademico, continuavo a dargli rigorosamente del Lei. Nel suo inimitabile stile, questo era un segno di particolare familiarità. Ma al di là del ricordo personale, Emanuele Giudice resta un leader politico anche per la sua ammaliante capacità di ragionare ad alta voce, di trascinare con i suoi discorsi pungenti e pieni di geniali e imprevedibili lampi di luce. E non posso dimenticare questo ‘tratto’ di lui, perché ho avuto la fortuna di ascoltarlo nei sui interventi in campagna elettorale, nei congressi del partito, nei convegni della sinistra Dc, in cui noi giovani di allora aspettavamo di ascoltarlo in quella irripetibile sfilata di talenti della sinistra di ‘Base’. Lui, Galloni, Marcora, Granelli, Zaccagnini e tanti altri.

Molto ci ha insegnato con la sua scelta di fede, così salda eppure mai ostentata. Molto ci ha fatto riflettere con la sua voglia di ascoltare, di capire, con curiosità umana e intellettuale, le ragioni di chi la pensava diversamente da lui.

Infine, è stato uomo delle Istituzioni: vice sindaco di Vittoria, presidente della Provincia per ben due volte. Uomo delle Istituzioni nel rigore e nella pulizia dei suoi comportamenti. La politica e gli incarichi nelle Istituzioni come servizio alla comunità che amministrava. Quell’essere testimoni autentici delle proprie idee che tutti capiscono e sentono sotto la pelle senza bisogno delle parole. Quel vivere con passione e rispetto l’esperienza politico-amministrativa, così nobile e difficile, così carica di responsabilità ma anche di tentazioni: il potere, i privilegi, la superbia, l’arroganza.
Giudice ha seminato per tutta la sua vita. E i suoi scritti lo testimoniano e altri, non ancora pubblicati, lo dimostreranno. Ecco che allora mi vengono in mente le parole con cui Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, pensò di ricordare un suo giovane assessore, Nicola Pistelli, tragicamente e prematuramente scomparso. Coprì tutti i muri di Firenze con un manifesto di lutto in cui stava scritto: “Da quel chicco di frumento nasceranno tante spighe di grano nuovo”.
Chiudo: dalle idee e dalla vita di Emanuele Giudice nasceranno per molti decenni tante spighe di grano nuovo.

Gianni Molè

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